News in evidenza

Azienda crea profilo Facebook fittizio e licenzia l’operaio che chatta sul lavoro

dipendente-licenziato-facebook

Ormai l’interazione tra social e mondo professionale è fitta e frequente: tra account social aziendali, utilizzo di intranet social tra i dipendenti, e accessibilità ai propri account tramite APP da smartphone e tablet è difficile stare lontani da Facebook, Twitter, LinkedIn e tutte le altre piattaforme. Ma se è vero che sono pratici, utili e divertenti, è altrettanto vero che questo non significa poterli utilizzare sempre e così come gli studenti non dovrebbero accedere ai propri account, pubblicare e chattare durante la lezione, altrettanto i dipendenti non dovrebbero farsi i fatti propri mentre sono sul posto di lavoro (a meno che -come nel nostro caso- gestire i social non SIA il loro lavoro).

Ovviamente non parliamo dell’accesso di due minuti in pausa caffè, ma parliamo di chi durante le ore di lavoro passa il proprio tempo a inviare messaggi, mettere like e pubblicare post. Nasce proprio in questo contesto il via libera della Cassazione secondo cui

il dipendente può essere spiato anche su Facebook

Chiaramente (e fortunatamente) NON parliamo in senso lato, ma qualora questa forma di controllo e supervisione occulta sia svolta per “riscontrare e sanzionare un comportamento idoneo a ledere il patrimonio aziendale.” Quindi, per intenderci il datore di lavoro NON può usare Facebook per controllare “l’attività lavorativa più propriamente detta” ma può intervenire in questo senso qualora questo sia necessario per accertare l’illecito di un lavoratore.

Parliamo del caso di un operaio addetto alle stampatrici abruzzese licenziato “per giusta causa”, a cui la Cassazione ha confermato la massima sanzione. Il responsabile del personale dell’azienda per cui lavorava aveva creato un account su Facebook fittizio, immedesimandosi in una donna e contattando l’operaio, che aveva iniziato a chattare con frequenza durante l’orario di lavoro. Questo aveva consentito di confermare i sospetti del datore di lavoro e di accertare l’utilizzo ripetuto e non autorizzato per scopi personali. Inoltre, la Corte d’appello dell’Aquila aveva considerato adeguato e legittimo il controllo effettuato in quanto non invasivo.

Like-FB-GLConsulting2bisLe premesse perché un controllo di questo tipo possa essere svolto sono le seguenti: utilizzare modalità non invasive che garantiscano la libertà e la dignità dei dipendenti secondo i canoni di correttezza e di buona fede contrattuale. Inoltre il datore di lavoro può eseguire il controllo con il fine di tutelare l’organizzazione produttiva aziendale solo se lo stesso ha come oggetto non l’attività lavorativa propriamente detta, ma la “perpetrazione di comportamenti illeciti da parte del dipendente”. In questo caso, infatti, l’operaio era stato sorpreso nei giorni precedenti lontano dalla propria postazione e con un dispositivo mobile che gli consentiva l’accesso al social.

Riepilogando: controllo sì, ma solo laddove vi sia un concreto sospetto e si voglia provare un comportamento illecito monitorando lo stesso e non l’attività lavorativa.

[Fonti: Repubblica.it]

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.

*


due × 1 =