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Corruzione: la qualifica di incaricato di pubblico servizio dipende da “ciò che si fa”

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In tema di responsabilità amministrativa degli enti dipendente da reato, si è recentemente espressa la Corte di Cassazione, sezione VI penale. Con sentenza n. 28299/2016, la Corte ha respinto i motivi di ricorso diretti a censurare una pronuncia della Corte di Appello di Milano, la quale aveva affermato la sussistenza della qualifica soggettiva di rilievo pubblicistico in capo a due funzionari di società per azioni privatizzate che svolgono attività strategiche per la nazione.

Finti contratti per giustificare le tangenti

In particolare, i due funzionari avrebbero agito nell’ambito di un sistema ramificato e organizzato, per cui le società interessate a partecipare alle gare d’appalto indette ricevevano, tramite alcuni intermediari, informazioni riservate ed utili per vincere la gara. Avvenuta la consegna di tali informazioni, le società procedevano al pagamento di una tangente. Il ricavato veniva ripartito tra gli intermediari ed i funzionari corrotti, mentre il pagamento veniva giustificato mediante finti contratti di consulenza od improvvisate fatture.

Com’è ovvio, solo il riconoscimento della qualifica pubblicistica in capo ai dipendenti, che in tale vicenda rappresentano i soggetti corrotti, avrebbe consentito di ravvisare il reato di corruzione.

Le mansioni svolte definiscono la qualifica

La Corte ha avvallato quanto già affermato dalla sentenza di merito: i funzionari di società per azioni privatizzate che svolgono attività strategiche per la nazione sono qualificabili come incaricati di pubblico servizio. Infatti tale qualifica si acquista, in base ad una concezione oggettiva delle qualifiche pubblicistiche, non per ciò che si è, ma per ciò che si fa, come evidenziato da noti studiosi di diritto.

Illeciti di natura diversa, regimi di prescrizione differenti

Gli ermellini hanno avuto occasione di esprimersi anche su un’altra questione di rilievo cruciale, ossia quella Like-FB-GLConsulting2bisrelativa alla legittimità dei regimi di prescrizione. Noto è, infatti, che questi ultimi sono differenziati per le persone fisiche e per le persone giuridiche. Secondo la difesa degli enti, tale divergenza di trattamento contrasterebbe con il diritto di difesa, nonché con il principio di uguaglianza.

Su tale eccezione si è abbattuta la censura della Corte di Cassazione, la quale ha affermato sul punto che la disciplina dettata dal d.lgs. 231/2001 non è certo in contrasto con gli artt. 3, 24 co.2 e 111 Cost. Il ragionamento della difesa, infatti, risulta erroneo, in quanto non prende in considerazione un elemento che sta a monte della stessa disciplina dettata dal d.lgs. n. 231/2001: la responsabilità dell’ente si fonda su un illecito amministrativo e la circostanza che tale illecito venga accertato nel processo penale non determina alcun mutamento della sua natura.  

[Fonti: Aodv.it, sentenza n. 28299/2016]

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