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Diritto all’oblio, consapevolezza e privacy: il web come trappola, fino al suicidio

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La concezione di web e network, come li intendiamo comunemente, fa riferimento alla capacità di internet di collegarci ovunque siamo, in praticamente qualsiasi modo. Tuttavia, ci sono casi in cui la rete diventa una vera e propria ragnatela, dalla quale è impossibile districarsi. D’altra parte, proprio perché strumento di connessione tra persone, la rete prende da loro il meglio… ma anche il peggio. Ed ecco che, in men che non si dica, un’informazione, un contenuto, una fotografia, un video che ci riguarda, se diffuso sui social, può diventare la nostra rovina.

Il diritto all’oblio

È di oltre 2 anni fa la prima causa in cui a Google è stato imposto di eliminare dalla SERP dei risultati che arrecavano danno ad un utente. Da allora, sono arrivate decine di migliaia di richieste di persone che si sono ritrovate ad avere online contenuti scomodi e diffamatori e che volevano rimediare facendoli cancellare dal motore di ricerca più noto al mondo, poi dai social, poi dai quotidiani online. Il diritto all’oblio è comparso sulla bocca di tutti: è un diritto che, nella nostra epoca, deve esistere, ma come in ogni contesto anche qui ci sono limiti e regole.

Per poter ottenere la rimozione di un dato dalla SERP, infatti, bisogna valutare se le informazioni siano recenti o obsolete e anche se vi sia o meno un interesse pubblico nella loro permanenza su web. Ci sono poi una miriade di altri fattori che possono influenzare la decisione di Google e, in seguito, di un giudice, rispetto alla rimozione di un contenuto da uno o più siti internet.

Il suicidio di Tiziana Cantone in seguito al video diffuso online

Ed ecco che, in questo contesto, ci ritroviamo in uno dei recenti fatti di cronaca più discussi attorno all’argomento web, privacy e diritto all’oblio. Parliamo del caso di Tiziana Cantone, la 31enne di Napoli che si è tolta la vita dopo che diversi suoi video hard erano stati diffusi in rete. Un errore di giudizio, un azzardo, una sciocchezza: i video, inizialmente inviati a un paio di persone via WhatsApp e Facebook circa un anno fa, sono stati diffusi sui social, finendo anche su un portale hard. Tutti i dati della donna sono presto diventati di dominio pubblico e Tiziana si è trovata al cento di un vortice dal quale è quasi impossibile uscire.

La rimozione dei contenuti dal web

I suoi tentativi di tutelare la propria immagine e la propria persona -costantemente insultata e perseguitata in rete- non sono stati sufficienti. In questo caso la domanda di rimozione era stata accolta con la decisione del giudice Monica Marrazzo depositata lo scorso 8 agosto, in cui a Facebook, Yahoo, Google e altri soggetti è stato chiesto di eliminare video, post, commenti e foto riferiti alla donna. Tuttavia alla Cantone era stato imposto di rimborsare Citynews, Youtube, Yahoo, Google e Appideas per le spese legali sostenute, per un totale di circa €20.000.

Inoltre, come riporta il Corriere, “nell’ordinanza relativa al provvedimento di urgenza con cui è stata stabilita la rimozione dal web di immagini e commenti lesivi della reputazione della donna, il giudice aveva precisato come a Tiziana Cantone non potesse essere accordato il diritto all’oblio.” Infatti il diritto all’oblio fa riferimento a informazioni e risultati “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, oppure eccessivi”, categoria nella quale, secondo il magistrato, non rientravano tali dati.

Il commento del Garante Privacy Antonello Soro

Diritto all’oblio o meno, rimozione dei dati o no, i mesi in cui questi filmati sono rimasti online sono stati più che sufficienti per compromettere la serenità di Tiziana, che non è più riuscita a tornare alla normalità, inseguita dagli haters e costretta a cambiare città. Il caso, uno dei primi in Italia di tale risonanza, è stato commentato anche dal Garante per la Privacy Antonello Soro in un’intervista con La Stampa, nella quale afferma “Possiamo parlare della maggiore o minore efficacia degli strumenti, della lentezza dei giudici o degli organi di controllo, però bisogna anche essere onesti: la tutela di una persona che finisce in un meccanismo del genere è praticamente impossibile”.

Like-FB-GLConsulting2bisE ancora, aggiunge, i problemi a monte di questi drammi sono due:La prima questione è quella della consapevolezza delle insidie che affrontiamo ogni volta che consegniamo alla Rete pezzi sempre più importanti della nostra vita privata. Una consapevolezza carente.” dall’altro lato, abbiamo “la ferocia e la violenza della nostra società. I social network sono lo specchio della mancanza di rispetto nei confronti delle altre persone, il continuo calpestare la dignità degli altri. È una questione che viaggia in parallelo con il diritto alla privacy: quando riguarda noi, lo difendiamo con le unghie e con i denti. Quando riguarda gli altri…

Tra condivisione e privacy: ci vuole consapevolezza

Insomma privacy o no, qui non si tratta di diritto all’oblio, ma del potere che le persone hanno online, dove la diffusione è immediata e ognuno può esprimere il proprio parere senza filtri né di forma né di contenuto. Una sorta di bullismo senza redini, che può arrivare a inseguirci in ogni luogo e contesto. Come evitarlo? Seguendo il consiglio di Soro: con consapevolezza. Essere social va bene, ma bisogna sapere cosa e con chi stiamo condividendo e conoscere l’ampiezza di questo mondo tanto intangibile quanto capace di ferire.

 

[Fonti: Corriere.it, Agensir.it, Tgcom24.cmediaset.it, Huffingtonpost.it, Intelligonews.it, Lastampa.it]

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