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Il datore di lavoro è tenuto alla massima sicurezza tecnologica possibile

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Il “principio della migliore tecnologia fattibile” definisce che l’imprenditore, per garantire la sicurezza dei propri dipendenti, debba procedere alla sostituzione delle tecnologie adottate in precedenza in favore di soluzioni più innovative. Tale sostituzione deve avvenire ma, sottolinea la Corte di Cassazione, non si può pretendere che sia immediata: è necessario valutare modalità, tempi e costi di innovazione, fermo restando che i sistemi adottati siano idonei ad assicurare un elevato livello di sicurezza.

“Qualora la ricerca e lo sviluppo delle conoscenze portino alla individuazione di tecnologie più idonee a garantire la sicurezza, non è possibile pretendere che l’imprenditore proceda ad un’immediata sostituzione delle tecniche precedentemente adottate con quelle più recenti e innovative, dovendosi pur sempre procedere ad una complessiva valutazione sui tempi, modalità e costi dell’innovazione, purché, ovviamente, i sistemi già adottati siano comunque idonei a garantire un livello elevato di sicurezza”.

Amministratore unico condannato

Con la sentenza n. 3616 del 27 gennaio 2016 la Corte di Cassazione Sezione IV ha confermato la sentenza di condanna nei confronti dell’amministratore unico di un’azienda in cui due dipendenti hanno subito un infortunio (in un caso mortale) utilizzando un sistema di sicurezza obsoleto e di cui esisteva sul mercato una versione più recente e idonea ad evitare la situazione di pericolo scatenante.

In questo caso, il datore di lavoro avrebbe dovuto adottare il sistema di sicurezza in questione e gli è quindi stata riconosciuta la colpa di violazione della disciplina antinfortunistica per mancata adozione delle misure di prevenzione essenziali per garantire la sicurezza dei lavoratori. Nello specifico, le misure preventive non erano state aggiornate di pari passo con l’evoluzione tecnica in materia, scatenando gli eventi citati.

L’amministratore unico è quindi stato condannato a 6 mesi di reclusione, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del danno con una provvisionale immediata di €50.000 per ciascuna parte civile.

Il ricorso in Cassazione

L’imputato ha presentato ricorso sostenendo che il meccanismo di sicurezza che la Corte d’Appello aveva definito obbligatorio (ossia un “barilotto trappola” da applicare al compressore del GPL) in realtà non fosse Like-FB-GLConsulting2bisaffatto indispensabile, ma che l’ASL ne avesse semplicemente riscontrato l’utilizzo unicamente da parte di alcune aziende.

La difesa ha anche sostenuto che nel caso in questione il compressore e il suo dispositivo di sicurezza fossero perfettamente funzionanti e idonei e che quindi non poteva essergli contestato di non aver adottato un altro sistema di sicurezza analogo. Infine, il comportamento del lavoratore è stato definito completamente imprevedibile da parte del datore di lavoro.

Il datore di lavoro è responsabile

Il ricorso è stato rigettato dalla Corte di Cassazione, in quanto il sistema di sicurezza in uso al momento dell’incidente non è stato dichiarato idoneo dai periti interpellati, mentre il “barilotto trappola” avrebbe impedito l’incidente. La Corte ha inoltre ribadito che è un dovere dell’imprenditore adottare tutti i più moderni strumenti che la tecnologia mette a disposizione per tutelare la salute e la sicurezza dei propri dipendenti. E dato che il “barilotto trappola” è in commercio e in uso dagli anni ’90, il datore di lavoro avrebbe avuto tutto il tempo per adottare la tecnologia, tra l’altro acquistabile a una cifra più che ragionevole.

[Fonte: Puntosicuro.it]

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