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Il reato di riciclaggio commesso in parte all’estero rientra nella giurisdizione italiana

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Con la sentenza numero 24401/2016 del 13 giugno la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da un imprenditore indagato per aver investito del denaro proveniente da una frode fiscale. Nello specifico, l’imprenditore avrebbe movimentato il denaro all’estero, motivo per cui nel ricorso si contestava la competenza della giurisdizione italiana per il fatto. Inoltre, si lamentava una carenza di prove rispetto alla provenienza del denaro, dichiarando che si trattasse di un semplice prestito.

Il reato rientra nella giurisdizione italiana

La Corte Suprema ha replicato sottolineando il principio in base a cui «il reato di riciclaggio si considera radicato in Italia in ragione della ricorrenza di più elementi sintomatici, indicativi della consumazione del reato anche solo in parte in Italia». Perchè i fatti in questione rientrino nella giurisdizione del nostro Paese la condotta deve essere considerata per la totalità degli eventi relativi la “ripulitura” della somma di denaro.

Nel caso in questione, il denaro proveniva da un’evasione fiscale commessa da terzi ed era stato riciclato tramite la società di diritto inglese di cui l’indagato è titolare, residente in Italia. Risulta quindi evidente che buona parte dell’evento illecito è effettivamente legata al nostro territorio.

L’atto di riciclaggio

Like-FB-GLConsulting2bisIn riferimento alla definizione di “atto di riciclaggio” la Cassazione ha sottolineato che possano essere considerati tali qualsiasi prelievo o trasferimento di fondi successivo a precedenti versamenti, ed anche il mero trasferimento di denaro di provenienza delittuosa da un conto corrente bancario ad un altro diversamente intestato ed accesso presso un differente istituto di credito”.

Non in ultimo, nonostante in fase di ricorso l’indagato affermasse il contrario, la mole di denaro spostato e l’assenza di contratti legati alla stessa risultano un’evidente prova dell’origine di tale somma. L’indagato non può dunque affermare di non aver conosciuto la provenienza illecita del denaro e, in quanto destinatario dei bonifici, è stato ritenuto parte attiva nell’attività di “ripulitura” dello stesso.

[Fonte: Aodv231.it]

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