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Il risarcimento per reati 231 deve essere verificato: il trust non basta

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Con la Sentenza numero 11209/2016 della Corte di Cassazione si stabilisce che la revoca di una misura cautelare, applicata a una società accusata di corruzione, possa avvenire solo in seguito alla valutazione positiva di tutti gli elementi richiesti dall’art. 17 del Decreto Legislativo 231/2001.

Il caso e la misura interdittiva

Parliamo del caso di una s.p.a. a cui, in seguito all’imputazione per associazione a delinquere per il compimento di fatti corruttivi e di turbativa d’asta, era stato applicato -come misura cautelare- il divieto temporaneo di contrattare con la pubblica amministrazione. In base all’articolo 49 del D.Lgs. 231/2001 la misura cautelare era poi stata sospesa per consentire all’azienda di rispondere agli adempimenti previsti dal:

Articolo 17 – Riparazione delle conseguenze del reato:

1. Ferma l’applicazione delle sanzioni pecuniarie, le sanzioni interdittive non si applicano quando, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, concorrono le seguenti condizioni:

a) l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;

b) l’ente ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l‘adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi;

c) l’ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca.

E’ infatti compito del giudice verificare che il risarcimento sia avvenuto integralmente e che siano state eliminate: le conseguenze dannose del reato così come le carenze organizzative, grazie dall’adozione di un modello idoneo. La misura cautelare è poi stata ripristinata per il mancato compimento degli adempimenti previsti, entro il termine di sospensione.

Il risarcimento del danno

Nel caso in questione, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal PM secondo cui la sospensione della misura interdittiva non avrebbe dovuto essere applicata. Per risarcire il danno, la s.p.a. aveva infatti istituito un trust e un fondo di accantonamento che non costituiscono un’azione diretta all’eliminazione delle conseguenze dannose del reato, ossia non soddisfano l’articolo 17.

Like-FB-GLConsulting2bisGli ermellini sottolineano nella Sentenza che questo tipo di meccanismo: “consente all’ente di posticipare il risarcimento del danno all’esito del giudizio penale, così contravvenendo alla ratio della disposizione e alla finalità special preventiva e aggiungono che sia necessario verificare l’idoneità del modello e non unicamente la sua adozione.

La Corte ha inoltre ribadito che, per poter applicare una sanzione interdittiva, debba essere verificata la sussistenza di un “profitto di rilevante entità” e che non sia di fatto sufficiente valutare il semplice profitto che deriva dalla commissione del reato: un calcolo riduttivo in contrasto con gli obiettivi della normativa.

[Fonti: Aodv231.it, Ilsocietario.it, Mondo231.it]

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