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In caso di fusione, la nuova azienda risponde dei reati dei partecipanti

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Con la sentenza 11442/16 depositata il 17 marzo di quest’anno, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di corruzione internazionale di un’azienda italiana nel settore energetico. Il ricorso presentato dalla società è stato respinto e la sanzione ai sensi del D.Lgs. 231 ammonta a 600 mila euro e prevede la confisca di beni a coprire il valore complessivo del profitto del reato, ossia nientemeno che 24 milioni di euro.

Il reato di corruzione

Per quanto riguarda le persone fisiche, i crimini contestati (e ormai caduti in prescrizione) consistevano nella promessa e nel pagamento di considerevoli tangenti a beneficio di alcuni pubblici ufficiali nigeriani e con lo scopo di ottenere contratti per realizzare un impianto di liquefazione di gas naturale.

L’accusa ricade sulla nuova azienda

La condanna è stata portata in primo grado e in appello, ma la situazione è risultata essere più complessa perché l’azienda chiamata a rispondere dei reati non era quella formalmente coinvolta negli eventi corruttivi, ma la società che l’ha incorporata in seguito a una fusione. Ecco perché la difesa ha avanzato il principio di personalità della responsabilità penale, sostenendo che quella applicata dalla giuria fosse un’estensione illegittima della responsabilità amministrativa.

Principio di responsabilità penale: Secondo l’articolo 27 della Costituzione “La responsabilità penale è personale”, ovvero non è possibile applicare la pena per un illecito penale a una persona diversa da quella che l’ha commesso.

Il nuovo ente risponde dei reati

La Corte Suprema ha evidenziato però come tale principio non possa seguire un’applicazione rigida in moltissimi casi. L’apparato sanzionatorio deve infatti essere in grado di scavalcare condotte elusive e di punire reati commessi consciamente di cui si cerca di “liberarsi” semplicemente modificando leggermente l’organizzazione aziendale oppure la denominazione sociale.

Like-FB-GLConsulting2bisInoltre, ci sono diverse convenzioni internazionali recepite dalla normativa 231 italiana grazie alla Legge 300 del 2000 che si occupano di sbrogliare casi analoghi. Un esempio è, appunto, la normativa relativa alle “vicende modificative dell’ente” secondo cui nel caso di fusione, anche per incorporazione, l’ente che ne risulta risponde dei reati dei quali erano responsabili gli enti partecipanti alla fusione.

Infine, l’azienda è completamente priva di un modello organizzativo idoneo o di garanzie volte ad impedire la partecipazione a condotte come quelle contestate.

[Fonti: Aod231.it, Senato.it, Treccani.it]

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