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La semplice esistenza del modello di organizzazione non evita condanne

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La Cassazione Penale, Sez. 4, con sentenza 8 Luglio 2016 n. 28557, ha ribadito come, per un ente, la sola circostanza dell’esistenza di un modello organizzativo non sia assolutamente sufficiente al fine di evitare la condanna.

Lavoratore infortunato per mancanza di sistemi di sicurezza

L’occasione per tale precisazione è stata offerta dalla vicenda che ha visto protagonista un lavoratore dipendente di una ditta di imballaggi, il quale, nello svolgimento delle proprie mansioni ed, in particolare, utilizzando una macchina laminatrice, priva di qualsivoglia sistema di sicurezza atto ad evitare il contatto accidentale degli operatori con l’organo lavoratore in movimento, ha riportato gravi lesioni personali.

Le precedenti fasi di giudizio

Già la Corte d’Appello di Ancona aveva riconosciuto l’ente come responsabile della violazione amministrativa di cui all’art. 25-septies del d.lgs. 231/2001 (Omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro) in relazione al reato di lesioni colpose aggravate commesso nel suo interesse e a suo vantaggio dal legale rappresentate della ditta, a seguito dell’inosservanza delle norme di prevenzione degli infortuni.

Il supposto vizio motivazionale

L’ente amministrativamente responsabile ha proposto ricorso per cassazione avverso la pronuncia della Corte d’Appello di Ancona.

Di particolare interesse è il secondo pretesto di ricorso, ossia quello motivazionale: secondo la difesa dell’ente, infatti, il giudice del gravame avrebbe ignorato la circostanza che il modello di organizzazione e gestione fosse presente in azienda, essendo stato depositato qualche mese prima dell’evento.

Criteri di imputazione oggettiva

La Corte di Cassazione ha avvallato il ragionamento che, sviluppato dalla Corte di merito, era stato poi ampliato dalla Corte d’Appello di Ancona.

Quasi doveroso era il riferimento al caso Thyssen Krupp: in tale occasione, le Sezioni Unite avevano affermato come  i criteri di imputazione oggettiva di cui all’art. 5 del citato d.lgs. 231/2001 (interesse o vantaggio dell’ente) debbano intendersi come  riferibili alla condotta e non all’evento e come, in caso di reati colposi di evento, essi siano alternativi e concorrenti tra di loro.

Concordemente, nel caso affrontato con la sentenza n. 28557/2016, Like-FB-GLConsulting2bisla condotta omissiva colposa del datore di lavoro può ben considerarsi come posta in essere nell’interesse della società e a suo vantaggio: la predisposizione dell’adeguato presidio antinfortunistico avrebbe, infatti, rallentato i tempi di produzione; l’aggiornamento e l’adeguamento del macchinario avrebbero, invece, rappresentato un costo ulteriore a carico dell’azienda.

Requisiti liberatori

Irrilevante, allora, è l’allegazione dell’esistenza di un modello di organizzazione e gestione (deposito, tra l’altro, pochi mesi prima dell’evento). Tale circostanza viene, infatti, svuotata di importanza proprio dal positivo vaglio circa l’esistenza dei criteri di imputazione di cui sopra.

Ribadisce, infatti, la Cassazione che la colpa di organizzazione si fonda «sul rimprovero derivante dall’inottemperanza da parte dell’ente dell’obbligo di adottare le cautele organizzative e gestionali necessarie a prevenire la commissione dei reati previsti tra quelli idonei a fondare la responsabilità del soggetto collettivo, dovendo tali accorgimenti essere consacrati in un documento che individua i rischi e delinea le misure atte a contrastarli, incombendo, tuttavia, sull’ente l’onere – con effetti liberatori – di dimostrare l’idoneità di tali modelli di organizzazione e gestione a prevenire reati della specie di quello verificatosi».

 

[Fonti: Aodv231.it; Sentenza Cass. Pen, Sez. 4, n. 28557/2016]

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