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Le organizzazioni no profit rientrano nel campo di applicazione del Decreto 231/2001?

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Trattandosi spesso e volentieri di associazioni la risposta dovrebbe essere semplice: sì. Tuttavia, proprio per la natura di molti dei servizi offerti, per l’assenza del fine di lucro o del carattere imprenditoriale tipico delle aziende, spesso ci si è chiesti se fosse realmente opportuno annoverarle tra gli enti perseguibili per reati amministrativi.

Risponde alla domanda lo studio, frutto della collaborazione tra IRDCEC (oggi Fondazione Nazionale dei Commercialisti) e CNDCEC (Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili), dal titolo “Il modello 231/2001 per gli enti non profit: una soluzione per la gestione dei rischi”. Nel testo si parte da alcuni presupposti: bisogna considerare sia i concetti che stanno alla base della normativa, sia il tipo di attività svolta dalle associazioni. È infatti da considerare che spesso i valori immobiliari e mobiliari di fondazioni e associazioni sportive dilettantistiche diventano oggetto di truffe e frodi fiscali.

Proprio per questi motivi anche gli operatori di organizzazioni no profit sono soggetti alla normativa 231, soprattutto perché le conseguenze sociali di eventuali reati potrebbero essere non indifferenti. Nel 2011 anche il GIP Tribunale di Milano si è espresso in merito, condannando un’associazione volontaria per truffa ai danni dello Stato (art. 24, comma 1 del Dlgs. 231/2001). Per la prima volta è stato applicato il Decreto nei confronti di un soggetto giuridico le cui attività non erano a scopo di lucro.

Like-FB-GLConsulting2bisDobbiamo quindi considerare gli enti no-profit perseguibili e condannabili e bisogna inoltre considerare come questi possano tutelarsi, così come possono farlo le altre aziende. Lo studio ha approfondito, a questo proposito, la questione del modello organizzativo: questo risulta infatti consigliabile sia per rendere più efficaci ed efficienti le procedure interne, sia per aumentare la trasparenza verso il pubblico. Ma non finisce qui: in alcune situazioni, infatti, l’adozione del modello organizzativo non è più solo suggerita, ma diventa irrinunciabile.

I fattori che determinano se tale documento sia indispensabile o meno sono diversi:

  • Tipo di attività svolta – una fondazione bancaria è molto più a rischio di reati come l’abuso di informazioni privilegiate rispetto a un’associazione che organizza eventi culturali;
  • Complessità organizzativa – numero associati, livelli gerarchici, numero delle sedi, ecc.;
  • Consistenza patrimoniale e flussi economico-finanziari – un ente ecclesiastico che gestisce ingenti patrimoni è più esposto al rischio rispetto a un’organizzazione di piccole dimensioni;
  • Natura giuridica e rapporti con la P.A. – i soggetti che basano le proprie attività sul rilascio di autorizzazioni e licenze o sull’ottenimento di contributi sono altamente esposti ai rischi contemplati dagli artt. 24 e 25;
  • Tipologia di controlli cui il soggetto è sottoposto.

Gli attori coinvolti e che possono commettere reati 231 sono svariati: amministratori, direttori generali o responsabili di singole funzioni, dipendenti che hanno rapporti con l’esterno, intermediari o professionisti.

[Fonti: Compliancenet.it, “Il modello 231/2001 per gli enti non profit: una soluzione per la gestione dei rischi” – Ottobre 2012]

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