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Microsoft si ribella alle perquisizioni digitali federali segrete: l’utente deve esserne informato

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Dopo l’incredibile trambusto sollevato nel caso Apple-FBI -in cui l’azienda si è rifiutata di eseguire la richiesta dell’agenzia di creare un software che consentisse di sbloccare gli iPhone raggiungendone tutti i dati custoditi e criptati- ora a creare scompiglio è la sua storica concorrente: Microsoft. Anche in questo caso, a far nascere la disputa, è il sempre più sottile confine tra tutela della sicurezza (Personale? Nazionale? Mondiale?) e la protezione della preziosissima privacy dei cittadini.

I federali setacciano i dati senza informare gli utenti

Ebbene sì, perché Microsoft ha rivelato di aver ricevuto da sola negli ultimi 18 mesi ben 5.624 richieste federali di informazioni sugli utenti, di cui la metà è stata corredata dai “gag orders” che vietano nel modo più assoluto di divulgare informazioni sulle azione governative. Ne consegue che oltre 1752 ordini hanno imposto a Microsoft il silenzio assoluto sulle operazioni a tempo indeterminato, impedendo all’azienda di informare i propri clienti delle “intrusioni” federali sui loro dati.

La risposta di Microsoft

Ecco perché Microsoft si è ribellata e il 14 aprile ha depositato un ricorso legale a Seattle chiedendo che la Magistratura dichiari incostituzionale il divieto -imposto dalle autorità- di avvisare gli utenti nel caso in cui i loro dati, custoditi in cloud e archiviati spesso a distanza, vengano ispezionati dai federali. Secondo Microsoft, ad essere violati sono:

  • Il Primo emendamento della Costituzione americana – e la sua prescrizione di avvisare i clienti di qualsiasi tipo di perquisizione non appena la segretezza non sia più necessaria;
  • Il Quarto emendamento – che prevede che il Governo informi i cittadini nel caso in cui le loro proprietà vengano prese di mira.

I controlli sulle comunicazioni elettroniche

Il monitoraggio da parte del Governo sulle comunicazioni elettroniche, a quanto pare, è Like-FB-GLConsulting2bismolto più frequente rispetto a quelle fisiche. Il dubbio che sorge è proprio che questo tipo di sorveglianza avvenga sui dati informatici perché lì le autorità si sentono libere di agire senza dover informare gli interessati: come se leggere la posta, guardare le fotografie, frugare tra i documenti e infilare il naso nella vita informatica di un utente fosse molto meno grave rispetto a entrargli in casa.

La tutela della privacy degli utenti

Ma secondo Microsoft non dovrebbe essere così: i mandati sulle comunicazioni elettroniche sono più frequenti perché lo standard del top secret, in questo contesto, è applicato con troppa semplicità. Inoltre, spiega l’azienda, la diffusione dei servizi in cloud ha ulteriormente complicato la loro lotta alla difesa dei dati, perché gli agenti possono setacciare completamente indisturbati tutti i dati contenuti nei server delle società.

Le perquisizioni digitali segrete devono essere molto limitate per evitare di minare la fiducia degli utenti nei servizi in cloud e perché -afferma l’azienda- questo tipo di intrusione impedisce a Microsoft di essere trasparente con i propri clienti. Dopo una serie di opposizioni alle richieste governative, sembra proprio che questa mossa posta scatenare la “battaglia finale”. Chi l’avrà vinta?

[Fonte: Sole24Ore]

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