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Responsabilità aziendale in seguito a infortuni sul lavoro

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Abbiamo sempre parlato di reati 231 riferendoci a illeciti commessi da figure interne all’ente con l’obiettivo di trarre un vantaggio economico o un guadagno, ma vogliamo soffermarci oggi su quei casi in cui la normativa 231 viene chiamata in causa per le mancanze dell’ente. Nello specifico, si parla di “colpa organizzativa” anche qualora l’azienda scelga di risparmiare denaro sottraendolo alle procedure, alle consulenze o alla formazione legata alla sicurezza sul lavoro oppure addirittura velocizzando le attività produttive in modo rischioso.

La formazione prevista per il tipo di rischio individuato in azienda è infatti obbligatoria così come lo sono determinate procedure, attrezzature, dispositivi e attività che vengono stabiliti nel corso della valutazione dei rischi e che garantiscono la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. L’ente che, per risparmiare, ricorre a scorciatoie e vie secondarie mettendo deliberatamente a rischio il proprio personale ha una colpa organizzativa e, in questi casi, si applica la responsabilità amministrativa degli enti.

Sono diverse le sentenze della Cassazione sul D.Lgs. 231/2001 che forniscono esempi concreti di questi casi.

Come la sentenza della Cassazione Penale, Sez. IV del 16 luglio 2015 n. 31003, con cui una S.p.a. e il suo datore di lavoro sono stati condannati a seguito di un infortunio sul lavoro. L’infortunio è stato attribuito alla mancanza di un dispositivo di sicurezza previsto per il macchinario che i due lavoratori stavano utilizzando: tale sistema, oppure la presenza di 3 operai anziché 2, avrebbe consentito di evitare l’incidente, che non è riconducibile al comportamento del lavoratore il quale svolgeva le ordinarie mansioni lavorative.

La Cassazione ha quindi previsto “l’addebito anche a carico dell’ente che comunque aveva tratto un vantaggio dalla predisposta modalità di organizzazione del lavoro” ribadendo che “l’addebito colposo è stato basato anche e soprattutto nel non aver predisposto quel dispositivo di sicurezza, poi imposto dagli organi di vigilanza. Ciò consente di ricondurre l’omissione originaria ad un risparmio di spesa che, satisfattivamente fonda l’ipotesi dell’interesse/vantaggio di cui all’articolo 5 [del D.Lgs.231/01, n.d.r.].

Like-FB-GLConsulting2bisUn ulteriore caso di quest’anno è il n. 18073 della Cassazione Penale, Sez. IV del 29 aprile 2015. In seguito al decesso di un lavoratore la S.p.a. è stata condannata ai sensi dell’art. 25-septies del D.Lgs.231/01 con sanzione amministrativa di €130.000,00. Anche l’amministratore delegato e il direttore dello stabilimento sono stati condannati per omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni.

Alle persone fisiche sono state riconosciute diverse colpe, tra cui quella di non aver adottato le misure di sicurezza relative al macchinario che ha causato l’incidente nonostante fossero previste dal documento di valutazione dei rischi del 2007. Inoltre l’interesse tratto dalla S.p.a. è rintracciabile in un “consistente risparmio di costi, in particolare relativi alle consulenze in materia, gli interventi strumentali necessari, nonché alle attività di formazione e informazione del personale.

[Fonte: PuntoSicuro.it]

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